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Andrea Tonegato went for a bike ride
August 28, 2026 at 14:12
01:46
32.7km
18.6km/h
27.9km/h
90m
90m
1h 59' - 530 kcal - 103 bpm HR medio
LA ROTONDA DI BADOERE (32 KM DENTRO LA MEMORIA)
Oggi l'idea era un'altra.
Sono partito da casa e, dopo poco più di un chilometro, ho imboccato la Treviso-Ostiglia, quella lunga linea diritta che oggi sembra nata apposta per le biciclette e che invece conserva, sotto l'asfalto e la ghiaia, la geometria rigorosa di una ferrovia.
La percorro spesso, ma di solito la abbandono per recarmi a Badoere e da lì rientrare a Treviso via campagna; stavolta avevo deciso di andare più lontano, alle sorgenti del Sile, perciò ho oltrepassato il portale confinario tra la provincia di Treviso e quella di Padova. Da notare che il fondo della ciclabile cambia proprio sulla linea di confine, sottovaglio dalla parte trevisana, in asfalto dalla parte padovana; sembra un dettaglio da nulla, ma invece registra una cultura manutentiva diversa: io – da esperto in infrastrutture – so bene che un sentiero asfaltato è destinato a creparsi ed a sgretolarsi e so bene che i soldi per metterlo a posto saranno disponibili solo il 30 febbraio degli anni non bisestili, mentre per il sottovaglio ce se la cava con due palate di pietrischetto.
Tralasciando le politiche manutentive, pedalando verso ovest sulla Treviso-Ostiglia si finisce quasi per dimenticare che questa ciclabile è un'opera di recupero. Il tracciato rettilineo, le vecchie case cantoniere, qualche edificio ferroviario superstite raccontano però un'altra storia: quella di una ferrovia progettata anche con finalità strategiche e completata, dopo una gestazione lunghissima, proprio quando ormai incombeva un'altra guerra. L'ultimo tratto, da Grisignano di Zocco a Treviso, fu inaugurato il 28 ottobre 1941.
A Badoere-Levada mi sono trovato davanti a uno dei suoi relitti più eloquenti, che ho fotografato.
La vecchia stazione è ancora lì, in uno stato di abbandono che contrasta parecchio con la cura riservata oggi alla ciclabile. Eppure era una vera stazione: al pianterreno c'erano le sale d'attesa delle tre classi, l'ufficio movimento e il deposito bagagli; sopra viveva il capostazione. C'erano anche scalo e magazzino merci. La cosa quasi surreale è che la strada che avrebbe dovuto collegarla ai paesi non fu mai completata: chi voleva prendere il treno doveva arrivarci attraverso una strada campestre! La stazione era nata nel 1941, in piena guerra, e non ebbe praticamente il tempo di vivere: i bombardamenti del 1944 interruppero la linea e quel tratto non sarebbe più tornato al servizio regolare.
Una ferrovia arrivata troppo tardi e morta troppo presto.
Io, invece, avevo intenzione di proseguire verso le sorgenti del Sile.
Ho superato Badoere-Levada e sono andato ancora avanti per qualche chilometro, verso le sorgenti, ma ad un certo punto il cielo ha cominciato “oscuramente” a spiegarmi che il programma della giornata era cambiato. Stava arrivando un temporale e, in bicicletta, ci sono momenti in cui è più intelligente discutere poco.
Rapido controllo al meteo ed alle relative notifiche sul mio S24 e… dietrofront.
Ed è stato proprio quel temporale a trasformare il giro.
Anziché tornare direttamente verso Treviso, ho ripiegato su Badoere. E lì la protagonista del giro in bici amputato della sua meta finale è diventata la Rotonda.
La Rotonda di Badoere è uno di quei luoghi che conosco talmente bene da rischiare di non guardarlo più. E invece basta fermarsi un momento al centro della piazza per rendersi conto di quanto sia singolare: due lunghi edifici curvi, le sequenze regolari degli archi, i portici, il grande spazio interno. In mezzo alla campagna trevigiana compare quasi improvvisamente una scenografia urbana.
Ma la cosa che mi affascina di più è che la Rotonda non nacque per essere una scenografia ma ha una storia molto più concreta. Già nel Cinquecento i Badoer possedevano terre e case nella zona di Zeriolo e nella zona della Rotonda un mercato sembra essere attivo dalla fine di quel secolo. In una mappa del 1714 compare già una piazza dalla caratteristica forma circolare e l'estimo dello stesso anno descrive un giro di fabbriche formato da casette e botteghe dove si teneva il mercato, con perfino due osterie.
Prima del monumento, dunque, c'era la vita: contadini, mercanti, animali, derrate, botteghe, osterie. La piazza non era un fondale da fotografare, ma una macchina economica collocata nel punto in cui una grande proprietà agricola aveva bisogno di incontrare il commercio.
Anche la forma che oggi ci appare così perfettamente studiata potrebbe essere il risultato di una storia meno geometrica di quanto sembri. L'articolo mostra come edifici e funzioni si siano aggregati nel tempo e come, tra Settecento e Ottocento, il complesso abbia progressivamente assunto l'unità architettonica che riconosciamo oggi. Il Catasto napoleonico del 1811 documenta ormai con chiarezza la piazza del mercato e gli edifici che la delimitano.
Mi piace pensare che sia proprio questo il fascino della Rotonda: sembra un'architettura concepita in un solo gesto, mentre sotto quella regolarità sopravvivono secoli di aggiunte, ricostruzioni, attività commerciali e vite quotidiane.
Ho fatto un paio di fotografie e sono ripartito.
Il temporale, nel frattempo, continuava a consigliare di pedalare più alla svelta, così ho preso la via del ritorno passando per Santa Cristina.
Ed è stato lì che il vedere da distante la chiesa di Santa Cristina ha richiamato alla mia memoria un ricordo di parecchi anni fa.
Mi è tornato in mente il pittore trevigiano Paolo Del Giudice. Poco più di una decina di anni fa ebbi l'occasione di sentirgli illustrare, dettaglio dopo dettaglio, la straordinaria pala che Lorenzo Lotto dipinse per Santa Cristina. Del Giudice è scomparso nel 2025, a 72 anni: la sua opera rimane profondamente legata ai paesaggi, alla memoria e perfino ai “relitti” del nostro territorio.
Dentro quella chiesa – oggettivamente senza altri pregi - in ogni caso c'è qualcosa che, in qualsiasi grande museo del mondo, avrebbe una sala tutta per sé: la Pala di Santa Cristina al Tiverone, dipinta da Lorenzo Lotto intorno al 1505-1506, appartenente alla stagione giovanile trevigiana del pittore. La tavola principale rappresenta la Madonna con il Bambino su un alto trono, circondata dai santi Pietro, Cristina, Liberale e Girolamo; sopra, nella cimasa, Cristo morto è sorretto da due angeli.
I santi non sono figure immobili messe ordinatamente in posa attorno alla Vergine. Si guardano, reagiscono, comunicano. La luce non avvolge serenamente tutto come accade spesso in Bellini: entra più fredda, più tagliente, creando ombre e mettendo in risalto volti, stoffe, armature, particolari. San Liberale, patrono di Treviso, appare come un giovane cavaliere; gli sguardi e i gesti costruiscono una tensione sottile che rompe la quiete della tradizionale “sacra conversazione”. Persino il Cristo morto della parte superiore porta già quella componente emotiva, quasi inquieta, che diventerà una delle cifre più riconoscibili di Lotto.
È interessante anche un altro particolare: la chiesa che vediamo oggi non è quella per la quale Lotto dipinse l'opera. L'antico edificio venne demolito e nel 1938 Santa Cristina fu ricostruita in un luogo diverso, su progetto dell'architetto Attilio Scattolin. La pala attraversò così anche questa trasformazione del paese e continua ancora oggi a trovarsi nella chiesa della comunità per la quale era stata dipinta oltre cinque secoli fa.
Poi, svanito il ricordo di quell’incontro con Del Giudice, mi sono affrettato verso Quinto seguendo la strada asfaltata verso Treviso, concedendomi solo un vero tratto da Canizzano verso la chiesa di Sant'Angelo.
Alla fine il contachilometri ha segnato 32,7 chilometri in un paio d’ore, 18,5 km/h di media.
Non sono arrivato alle sorgenti del Sile. Pazienza.
Però in circa due ore sono passato sopra una ferrovia che quasi non fece in tempo a diventarlo, davanti a una stazione che aspetta ancora qualcuno da ottant'anni, dentro una piazza nata dal mercato cinquecentesco e divenuta uno dei luoghi più riconoscibili della Marca, e accanto a una chiesa che conserva un capolavoro di cinquecento anni fa e il ricordo personale di chi, molti anni dopo, mi insegnò a guardarlo.
Una ferrovia scomparsa, una Rotonda sopravvissuta, un Lotto che continua a parlare e il ricordo di Paolo Del Giudice.
Le sorgenti del Sile possono aspettare.
Oggi, senza averlo programmato, il giro era dedicato alla memoria.
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