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2 days ago
CupraMarittima ed il Centro medievale Marano
Arrivai a Cupra Marittima con un treno proveniente da Ancona, in una di quelle giornate che sembrano già appartenere all’estate. Appena sceso dal vagone, fui avvolto da un’ondata di calore improvvisa, quasi un presagio: l’aria portava con sé il respiro di una stagione imminente, con il suo vigore caldo e torrido pronto a bussare alle porte.IIl mio sguardo, guidato da un istinto fotografico, fu subito catturato dal borgo medievale di Marano. Imponente, silenzioso, si ergeva sulla collina accanto alla stazione, dominando il mare con la fierezza di chi custodisce storie antiche, sedimentate nel tempo come sabbia tra le dita. Senza esitazione imboccai il sentiero chiamato “A Cupra per Antichi Sentieri”: una via fatta di scalini irregolari, pini marittimi che filtravano la luce e panchine discrete, perfette per fermarsi ad ammirare la cittadina sottostante. Ogni passo era un avvicinarsi lento, quasi rispettoso, a quel luogo sospeso tra passato e presente. Giunto alle porte del borgo, fui accolto da una bellezza curata nei minimi dettagli. I viottoli, puliti e silenziosi, sembravano raccontare storie a bassa voce; i giardini, ordinati con amore, e i balconi fioriti contribuivano a creare un’armonia semplice e autentica. Era una bellezza candida, mai ostentata. Poi, quasi all’improvviso, apparve la chiesetta di Santa Maria in Castello. Sembrava un dipinto ad acquerello: le sue linee delicate si stagliavano contro l’azzurro intenso del mare, che a sua volta si confondeva con il cielo terso di questa giornata pasquale. Un equilibrio perfetto tra terra e infinito. All’interno, il presepe poliscenico di arte spagnola,opera di abili artigiani cuprensi,raccontava, attraverso diciannove scene, alcuni dei momenti più significativi della vita di Cristo. Ogni dettaglio era un frammento di devozione, un racconto scolpito con pazienza e passione.Quando lasciai il borgo, portai con me quella sensazione rara e preziosa di aver scoperto un altro angolo della nostra Italia, uno di quei luoghi che sanno parlare nei secoli in un tempo che sembra non aver mai fine. Il treno mi ricondusse verso Macerata, accompagnato dal fruscio ritmico dei binari e dalle stazioni che scorrevano lente alle spalle. E già sapevo che quel viaggio non era che una tappa: un passaggio verso un altro giorno, un altro borgo, un’altra storia, altre emozioni pronte ad essere vissute.
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3 days ago
Norcia: dove le ferite del passato incontrano la voglia di luce
Arrivai a Norcia quando la sera aveva già disteso il suo velo quieto sulle pietre antiche. Il viaggio da Spoleto si era consumato tra curve e silenzi, e lì, all’improvviso, il tempo sembrava sospeso: le cicatrici del terremoto del 2016 affioravano ancora, intrecciate ai segni pazienti della ricostruzione, come una memoria che non vuole svanire ma neppure arrendersi.Le serrande abbassate di una bar-gelateria raccontavano una storia interrotta, rimasta ferma a quell’anno lontano. Eppure, davanti a quelle porte chiuse, sembrava ancora di intravedere le ombre leggere di chi lo aveva abitato: famiglie raccolte attorno ai tavolini nelle sere d’estate, bambini con le mani appiccicose di gelato e gli occhi pieni di stupore, anziani intenti a sorseggiare lentamente il loro caffè, come se il tempo non dovesse finire mai. Le risate, le voci, il tintinnio dei cucchiaini parevano essersi depositati lì, sospesi nell’aria, in attesa che qualcuno tornasse a ridare loro corpo. Tutt’intorno, la vita tentava di ricomporsi. E poi, ovunque, i prosciutti di Norcia: appesi, esposti, quasi a voler ribadire un’identità che resiste, tenace, al passare degli eventi. Sullo sfondo, i Monti Sibillini si stagliavano scuri e solenni, custodi silenziosi di quella terra. Le luci notturne, sparse con misura, accarezzavano il paesaggio e lo rendevano più intimo, quasi segreto, come se ogni angolo custodisse una storia da sussurrare.Lì trovai gli amici, arrivati per trascorrere le vacanze pasquali in Umbria: volti familiari che, in quel contesto sospeso, sembravano ancora più preziosi. Ci fermammo per uno spritz, tra risate leggere e racconti intrecciati, il tintinnio dei bicchieri a spezzare la malinconia sottile che aleggiava nell’aria. Era uno di quei momenti semplici, eppure pieni, in cui il tempo sembra concedersi una tregua. Il ritorno verso le Marche, a notte inoltrata, fu un lento scivolare tra pensieri e stanchezza. Ma era una stanchezza buona, colma di immagini e sensazioni: la fatica dolce di chi ha visto, sentito, e in qualche modo portato con sé un frammento di quella terra ferita e viva insieme.
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3 days ago
Alla ricerca di Borghi Antichi: Corridonia e la sua storia
Arrivai a Corridonia con un bus di linea partito da Macerata, lungo una strada che sembrava accompagnare lentamente il passaggio tra due mondi. A ogni fermata salivano persone nuove, e presto mi accorsi che i volti attorno a me avevano qualcosa di inatteso: c’erano accenti diversi, lingue che si intrecciavano sottovoce, sguardi venuti da lontano. Più che un tragitto di provincia, pareva un piccolo crocevia internazionale, un movimento silenzioso che anticipava già il carattere sfaccettato del luogo. Quando il bus si fermò, Corridonia apparve come una sovrapposizione di tempi. Da un lato il borgo antico, raccolto sul colle, con le mura che ancora trattenevano un’eco lontana di Roma e il ricordo dell’antico Mont’Olmo; dall’altro, quasi a sorprendere lo sguardo, si imponevano architetture più recenti, severe e geometriche, figlie di un’epoca che aveva cercato nella pietra una forma di eternità, secondo il linguaggio monumentale del Novecento fascista. Camminando tra le vie, si avvertiva questa duplice anima: la misura intima del passato, fatta di vicoli e silenzi, e quella più ampia e dichiarata delle piazze e degli edifici razionali, dove la storia si è fatta progetto e rappresentazione. In tarda mattinata ripresi lo stesso bus, quasi a chiudere un cerchio breve ma denso. Il tragitto mi riportò verso la stazione dei treni di Macerata, punto di partenza per un nuovo spostamento, un’altra linea da seguire. Da lì, il viaggio proseguiva verso un altro borgo, attraversando ancora l’Appennino: Norcia, in terra umbra, già immaginata come la prossima tappa di questo itinerario tra paesaggi e memorie.
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March 29, 2026
Primolano e la sua vecchia stazione Ferroviaria
Oggi sentivo il richiamo lento e profondo della ciclovia del Brenta, come una voce antica che scorre insieme al fiume. Un desiderio semplice, quasi istintivo: lasciarmi guidare dall’acqua, dal suo mormorio sommesso, da quell’aria fresca e decisa che accarezza la pelle e schiarisce i pensieri. Ho imboccato la ciclovia più a nord di Bassano con quell’intenzione leggera che hanno i viaggi senza fretta. La ciclabile si snodava lungo il Brenta come un nastro vivo, sospeso tra il verde e la pietra, tra il tempo presente e quello che sembra essersi fermato. Il fiume scorreva accanto, fedele e indifferente, portando con sé storie che nessuno ascolta davvero, ma che tutti, in qualche modo, percepiscono.La pista era un mondo in movimento. Un viavai continuo di ciclisti sfrecciava veloce, quasi a voler sfidare il tempo più che goderselo. Molti erano sospinti più dal ronzio discreto dei motori elettrici che dalla forza delle gambe, e passavano come raffiche di vento, lasciando dietro di sé solo una scia fugace. Poi c’erano i pedoni, immersi in un ritmo completamente diverso, che camminavano come se quella ciclabile fosse il corridoio di casa: passi lenti, sguardi distratti, inconsapevoli del flusso che li attraversava.E in mezzo a tutto questo, c’era chi osservava. Chi si fermava. Chi sapeva cogliere i dettagli: il riflesso dell’acqua tra i sassi, il fruscio delle foglie, il canto lontano di un uccello. E proprio tra quei riflessi, si intravedevano i pescatori, immobili e pazienti, con lo sguardo fisso sulla corrente. Le loro sagome si specchiavano nel Brenta mentre attendevano, quasi in silenziosa alleanza con il fiume, il guizzo improvviso di una trota.E c’erano le biciclette da viaggio, già pronte, cariche di borse e promesse, come se stessero per partire verso orizzonti più ampi. Forse era davvero così. L’aria di primavera portava con sé un senso di partenza, di attesa, di vacanze imminenti.Pedalata dopo pedalata, il paesaggio cambiava lentamente. Le montagne si avvicinavano, chiudendo l’orizzonte in un abbraccio più stretto. E dentro di me cresceva una meta precisa, quasi simbolica: la stazione ferroviaria di Primolano.Quando finalmente l’ho raggiunta, il tempo sembrava essersi incrinato. La stazione era lì, silenziosa, sospesa tra passato e presente. Un tempo snodo vitale tra Trentino e Veneto, ora appariva come un luogo dimenticato, lasciato a se stesso, dove il passaggio dei treni aveva ceduto il posto a un silenzio più denso, quasi rispettoso.I binari, ancora distesi verso lontananze invisibili, sembravano raccontare di viaggi, di partenze, di incontri. Il fabbricato, con i suoi segni del tempo, custodiva una memoria che non si arrendeva del tutto all’abbandono. Su una parete, sbiadita ma ostinata, resisteva una vecchia scritta: “Caffè Ristoratore”. Poche lettere consumate, eppure vive. Sembravano raccontare storie di viandanti, di attese condivise, di bicchieri appoggiati in fretta tra un treno e l’altro, di incontri nati per caso e subito svaniti.C’era qualcosa di profondamente umano in quel luogo: una malinconia discreta, ma anche una dignità resistente.Mi sono fermato lì, ascoltando. Non il rumore dei treni, ormai assente, ma quello del fiume poco distante. Sempre lui. Sempre in movimento. Come se tutto, alla fine, tornasse a scorrere. E in quel momento ho capito che il viaggio non era stato solo lungo la ciclovia, ma dentro una geografia più sottile, fatta di ricordi, di percezioni, di silenzi. Un viaggio in cui la meta ,quella vecchia stazione dimenticata, non era la fine, ma solo un altro modo di guardare il tempo passare.
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March 22, 2026
Alla ricerca di dame e Cavalieri, di poesie e di leggende a Castel Telvana
La primavera è arrivata ,o almeno così dice il calendario. L’aria, però, resta sospesa, incerta, come se anche lei esitasse a cambiare stagione. È proprio in questa soglia indefinita che torna a chiamarmi il mio rituale: il trekking urbano, un pellegrinaggio lento tra borghi e castelli, dove il tempo sembra piegarsi su sé stesso. I castelli non sono mai solo pietra. Sono memoria stratificata, sono sussurri che il vento trascina lungo le mura. Hanno conosciuto il fragore delle battaglie e il silenzio delle attese, il passo lieve delle dame e quello deciso dei cavalieri. E, a volte, nelle crepe più profonde, custodiscono ancora ombre che somigliano a leggende. Oggi il cammino mi ha condotto a Borgo Valsugana, adagiato lungo il corso del Brenta come un pensiero antico che rifiuta di svanire. Fa parte dei I Borghi più Belli d'Italia, ma la sua bellezza non ha bisogno di riconoscimenti: si impone da sé, discreta e ostinata. Sopra di lui, come un guardiano che non ha mai abbandonato il proprio posto, si erge Castel Telvana. Non è accessibile e forse è giusto così. Ci sono luoghi che devono restare a distanza, per conservare intatto il loro mistero. Il sentiero dei Bersaglieri inizia quasi in sordina, oltre un cancello che sembra segnare il passaggio tra due mondi. Poi si fa subito ripido, deciso. Gli scalini si susseguono, i terrazzamenti si aprono come respiri brevi tra una salita e l’altra. Il colle del Ciolino si lascia conquistare lentamente, come se chiedesse rispetto. Camminando, il bosco si stringe e si apre, e ogni tanto lascia filtrare uno scorcio del borgo sottostante. Le case si fanno piccole, il fiume diventa una linea lucente, e il tempo ,quello quotidiano, resta laggiù. Quando arrivai al belvedere, il passo si fermò da solo. Non fu solo la vista, ma quasi una sospensione. La valle si distendeva ampia, silenziosa, come un racconto che non aveva bisogno di parole. E il castello, poco più in alto, incombeva senza peso, presenza muta eppure viva. Poco distante, quasi nascosto, l’antico “Albergo Venezia” appariva come un relitto della memoria. Le sue pareti sembravano trattenere voci lontane: viandanti, passi, porte che si chiudevano nella notte. Era un silenzio diverso, quello che lo circondava. Un silenzio abitato E mentre ripresi il cammino, con l’anello che lentamente mi riportava verso il borgo, avvertii la sensazione che nulla di tutto questo sia davvero passato. Che le storie, le guerre, le leggende non siano finite, ma semplicemente in attesa, lì, tra le pietre e il vento, pronte a riaffiorare per chi ha ancora voglia di ascoltare.
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March 21, 2026
Alla ricerca delle Api e del loro miele, Verso Altivole
C’era, in quest'uscita, un’intenzione semplice solo in apparenza: trovare del miele. Non un prodotto qualsiasi, ma qualcosa che conservasse in sé il tempo, il lavoro silenzioso delle api e la dedizione paziente di chi, stagione dopo stagione, ne custodisce il raccolto. Come già mi era accaduto qualche settimana prima, decisi di rimettermi in sella, questa volta verso Altivole. La giornata, tuttavia, sembrava opporre una resistenza discreta ma costante. Il cielo, di un grigio compatto, gravava sulla campagna come un pensiero irrisolto, mentre l’aria fredda, ancora intrisa d’inverno, rendeva incerto persino il significato di quel primo giorno di primavera. Eppure partii, sostenuto da una determinazione quieta, di quelle che non hanno bisogno di spiegarsi. Il percorso si snodava lungo traiettorie secondarie, evitando le direttrici più ovvie, come se la meta contasse meno del tragitto. Strade di provincia si alternavano a mulattiere di campagna, dove il paesaggio si faceva più intimo, quasi raccolto in se stesso. Piccoli corsi d’acqua accompagnavano il cammino con un mormorio continuo, e il vento, alle spalle, esercitava una pressione lieve ma costante, come una presenza che orienta senza imporsi. A tratti avevo l’impressione che il movimento non mi appartenesse del tutto, come se stessi aderendo a un flusso più ampio, lasciandomi trasportare con la stessa inconsapevole leggerezza di una barca di carta lungo un fiume senza argini visibili. Quando giunsi nei pressi di Altivole, la sensazione era quella di aver seguito fino in fondo una traccia interiore, più che un itinerario geografico. Ma il punto d’arrivo si rivelò, con semplicità quasi disarmante, privo di compimento: il proprietario non era in zona. Nessun incontro, nessuno scambio, nessun miele. Rimasi per qualche istante in quella sospensione, tra l’attesa e la sua mancata realizzazione. Il paesaggio, immobile e indifferente, sembrava assorbire ogni possibile delusione, restituendola sotto forma di silenzio. Fu allora che compresi come il senso di quella giornata non risiedesse nell’esito, ma nel suo stesso svolgersi. Alcune ricerche non chiedono di essere concluse; si limitano a dischiudere uno spazio, a preparare un ritorno, a lasciare una traccia che solo in seguito acquisterà significato. Ripresi la strada del ritorno senza fretta, con la percezione che ciò che non avevo trovato avrebbe continuato ad accompagnarmi. E che, forse, proprio per questo, il miele, quando finalmente lo avrei avuto tra le mani ,avrebbe racchiuso un sapore più denso, fatto non solo di fiori e stagioni, ma anche di attesa, distanza e desiderio.
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March 20, 2026
Il primo Amore non si scorda mai: La mia vecchia MTB
Il primo amore non si scorda mai.Resta nascosto da qualche parte, tra i battiti lenti della memoria, e poi ritorna,leggero,a sfiorarti, come un vento tiepido di primavera. Ti accarezza con la stessa timidezza di allora, quando tutto era scoperta: i primi giri, le prime strade, le prime fatiche intrecciate al sorriso. C’erano quei pedali, fedeli e ostinati, e quelle ruote dai copertoni ruvidi, che già a guardarli raccontavano di asfalto, polvere e distanza. Ogni giro era una piccola conquista, ogni spinta un dialogo silenzioso tra corpo e respiro. La fatica si faceva strada piano, ma dentro quella piccola corona nasceva qualcosa di più grande: energia, libertà, una gioia semplice e piena. E quando il vento iniziava a farsi compagno, bastavano dodici chilometri all’ora per sentirsi invincibili. Come se sotto di te non ci fosse una bicicletta, ma una creatura viva, lanciata in una corsa sfrenata, potente come una Ferrari , o forse di più, perché quella velocità non era nei numeri, ma nel cuore. Così oggi, in un giorno di luce chiara e aria gentile, mi sono lasciato portare. Senza meta, senza fretta. Solo io e lei, di nuovo insieme, a riscoprirci tra strade dimenticate e pensieri leggeri, guidati più dalle emozioni che dalla direzione. Fino a quando, senza preavviso, è arrivato il silenzio. Un sussurro improvviso, un cedimento lieve. Mi sono fermato. E nel fermarmi, ho ascoltato. Non era una fine, né un tradimento. Era un invito. A scendere, a toccare la terra, a sentire sotto le dita la strada che avevo sempre attraversato senza davvero conoscerla. A rallentare abbastanza da accorgermi che il viaggio non era mai stato nelle ruote, ma nello sguardo. La ruota a terra, il fiato ancora caldo, il sole fermo sopra i campi e io, per la prima volta, immobile davvero. Poi ho sorriso. Perché ho capito che non mi aveva lasciato. Mi aveva restituito qualcosa. Non la velocità. Non la distanza. Ma il tempo.
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March 7, 2026
Verso la Rotonda di Badoere
Oggi avevo voglia di immergermi nella Marca trevigiana. La meta era precisa: la Rotonda di Badoere, una delle barchesse più affascinanti del Veneto. Il percorso più breve indicato da Maps prometteva velocità, ma anche statali trafficate e rotonde affollate. Auto lanciate sull’asfalto come monoposto di Formula 1, smog e clacson: non esattamente l’atmosfera che cerco quando pedalo. Così ho deciso di cambiare strategia. Allungare la strada, sì, ma guadagnare in bellezza e tranquillità. Una piccola mossa sulla scacchiera del percorso: dirigermi verso le porte di Camposampiero, seguire il corso del Muson e da lì imboccare la ciclabile Treviso–Ostiglia. Ed è stato subito chiaro che quella scelta sarebbe diventata il mio “scacco matto”. Pedalare lì significa attraversare lentamente il territorio, quasi senza accorgersene. Chilometri di natura, silenzio e campagna che scorrono accanto alle ruote, con la sensazione rara di poter attraversare una buona parte della regione senza doversi preoccupare del traffico. Solo la bici, la strada e il paesaggio che cambia. La Treviso–Ostiglia ha qualcosa di speciale: è un tracciato che porta con sé il respiro della storia. Lungo il percorso compaiono vecchie stazioni abbandonate, edifici silenziosi che sembrano custodire le voci di chi da lì partiva o arrivava molti anni fa. Pedalando accanto a quei fabbricati si ha quasi l’impressione di sentire ancora l’eco dei treni e delle vite che sono passate di lì. A Silvelle, frazione di Trebaseleghe, mi sono concesso una sosta al Park km 99. Un punto di ristoro ampio e accogliente, perfetto per recuperare energie e godersi qualche minuto di pausa prima dell’ultimo tratto. Poi di nuovo in sella, con la meta ormai vicina. Quando finalmente arrivai a Badoere, la Rotonda apparve quasi all’improvviso, con il suo fascino fuori dal tempo: un elegante porticato semicircolare composto da 41 arcate, ognuna delle quali ospita una bottega. Un luogo che sembra appartenere a un’altra epoca, dove architettura, storia e vita quotidiana si incontrano sotto lo stesso portico. Sono posti così che ricordano perché vale la pena pedalare più a lungo, scegliere la strada meno veloce ma più ricca. La Marca, dopotutto, ha davvero una marcia in più. E la sensazione è che Treviso e il Sile meritino presto un viaggio più approfondito, da esplorare con calma, in tutte le sue sfumature.
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March 8, 2026
Congratulations on the beautiful story...to be included as a chapter in a good book 👏
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Loris went gravel riding.
February 28, 2026
A "caccia" di prodotti locali a km zero
Oggi era una di quelle giornate in cui l’umidità e il cielo grigio non invitavano certo ad uscire. Ma era anche una di quelle giornate in cui sentivo il desiderio di andare alla scoperta dei prodotti a km zero, più precisamente del miele. Già, perché il miele è energia, ma anche un prezioso alleato per il nostro corpo. Non il miele dei supermercati, ormai orientati verso prodotti provenienti da Paesi dove la tracciabilità della filiera è spesso di dubbia entità, ma quello che nasce dalle fioriture dei nostri comprensori, un miele capace di custodire il lavoro silenzioso delle api e la passione di chi se ne prende cura. Pedalata dopo pedalata arrivammo a Castello di Godego. Lì incontrai un custode di alveari, uno di quelli che parlano delle proprie api come di una famiglia. Mentre mi raccontava la storia della sua piccola realtà rurale, il tempo sembrava essersi fermato. Le sue parole avevano il ritmo lento delle stagioni, il rispetto per i cicli della natura, la consapevolezza che ogni goccia di miele è il risultato di migliaia di voli invisibili. Quando ripresi la bici, mi accorsi che le gambe avevano perso qualche minuto di strada, ma avevo guadagnato qualcosa di più: uno sguardo diverso su ciò che troppo spesso diamo per scontato. Visto che il giro si era ormai incentrato sulle eccellenze a km zero, optammo per la ricerca di una pasticceria dove una bevanda calda potesse riportare il corpo alla giusta temperatura e una pasta dolce ristabilire l’equilibrio al palato. Dopo quella pausa, la voglia di risalire in sella non era delle più vive. Il tepore trattiene sempre un po’. Ma bastarono poche pedalate perché il corpo ritrovasse il suo ritmo e il ritorno si trasformasse in un piacevole scorrere di pensieri, immagini e nuove consapevolezze. Una giornata iniziata sotto un cielo poco promettente si era trasformata in un piccolo viaggio fatto di incontri autentici e realtà locali che meriterebbero di essere conosciute e valorizzate molto di più.
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February 21, 2026
Verso Villa Maser tra i Colli Palladiani e le Città del Vino
Oggi avevo bisogno di partire. Non lontano, non per giorni, ma abbastanza da sentire il cambio dell’aria e del ritmo. Così ho puntato la bici verso i colli palladiani, dove le linee dell’uomo dialogano da secoli con quelle della natura. Là dove Andrea Palladio lasciò uno dei suoi segni più armoniosi: Villa Barbaro. Il cielo non prometteva stabilità. Nuvole incerte si rincorrevano lente, come se nemmeno loro avessero deciso che forma dare alla giornata. Ma la bici, fedele compagna, sembrava sapere già che non avremmo seguito le statali trafficate. Le ruote hanno cercato da sole le mulattiere, quelle strade bianche che conoscono la memoria dei passi lenti e dei pensieri lunghi. Pedalavo dentro un silenzio fatto di campi, filari e orizzonti morbidi. Ogni curva offriva una geometria nuova: linee oblique di vigneti, casolari isolati, filari perfettamente allineati come spartiti musicali. Per il mio occhio, sempre in agguato, era una continua tentazione. E così il viaggio, che doveva essere breve, si dilatava. Una sosta per una luce improvvisa. Un’altra per un contrasto di colori. Un’altra ancora per una prospettiva che chiedeva di essere fermata in uno scatto. Il momento più intenso arrivò lungo la strada che conduce a Maser. I vigneti si facevano più fitti, ordinati come se stessero preparando la scena a qualcosa di più grande. Cartelli colorati invitavano a deviazioni golose, promettendo assaggi e pause nelle cantine della zona. Era un richiamo costante, quasi seducente. Ma la meta era già scritta dentro la giornata, e decisi di restare fedele alla direzione. Poi, tra ville sparse e filari che sembravano accompagnarmi come quinte teatrali, apparve lei. Villa Barbaro non si impone: si svela. Le sue proporzioni sono talmente naturali da sembrare inevitabili. Le ali si aprono verso la campagna come a volerla abbracciare, mentre ogni linea racconta quell’idea rinascimentale di equilibrio perfetto tra uomo e paesaggio. Poco distante, come un gioiello raccolto, si alza il Tempietto Barbaro. Piccolo, essenziale, ma potente nella sua purezza. Lì il tempo sembra sospeso. Le ombre si muovono lente sulle superfici chiare, e la pietra restituisce una luce che cambia a ogni minuto. Fotografarlo è quasi un dialogo silenzioso: tu cerchi l’angolo giusto, lui ti offre proporzioni che non tradiscono mai. Ai margini della villa, una vecchia osteria osservava tutto con discrezione. Aveva il sapore delle storie passate, mescolate alle voci più giovani di chi oggi abita questi luoghi. Mi sono fermato solo con lo sguardo, lasciando che fosse l’obiettivo a indagare. Alcuni posti non chiedono spiegazioni, ma solo presenza. Ripartendo, ho capito che la Marca Trevigiana non è un territorio da attraversare in fretta. È una terra che invita a tornare, a deviare, a perdersi con metodo. Questo breve viaggio non è stato un punto d’arrivo, ma una promessa: quella di riprendere il filo di queste strade, di ascoltare ancora ciò che hanno da raccontare. Perché certe linee , quelle di Palladio, quelle dei vigneti, quelle tracciate dalle ruote sulla ghiaia , non finiscono mai davvero. Continuano dentro, molto dopo l’ultima pedalata.
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2 days ago
What wonderful words....a poet 💯💯💪💪beautiful places
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