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Loris

Amante del trekking da sempre, negli ultimi anni ho riscoperto un modo diverso di vivere il viaggio: la bici. Pedalando, tutto cambia ritmo. I borghi sembrano più vicini, i sentieri più veri, e la nostra Bella Italia si svela un po’ alla volta, curva dopo curva.

Dalla Via degli Dei alla Via dell’Acqua, ho imparato che non è solo una questione di chilometri. La Via dell’Acqua in particolare, da Foligno a Roma, seguendo il fluire tranquillo del Topino, l’energia del Nera e la maestosità del Tevere, si è rivelato un viaggio nel viaggio. Ogni tratto era un piccolo mondo: luci che si riflettevano sull’acqua, silenzi interrotti solo dalle ruote sulla ghiaia, borghi che spuntavano come promesse lungo il cammino.

E poi, metro dopo metro, il traguardo che cresceva dentro di me prima ancora che davanti agli occhi. Finché, all’ultima pedalata, eccolo lì: il Colosseo. Imponente, eterno, pronto ad accogliere un’altra storia, la mia.
www.lorisboscardin.com

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went gravel riding.

2 days ago

Trevignano in “Low-travel”: rincorrendo il sole tra ville e campagne

Ultimamente mi capita di sfidare il tempo. O forse no: più che sfidarlo, lo rincorro. Rincorro il sole mentre scivola lento verso il tramonto, come se potessi convincerlo ad aspettarmi ancora un po'. Quel pomeriggio partii con un’idea semplice e ostinata: andare alla ricerca di un “Tour” tra le campagne di Trevignano. Un percorso che si dirama in anelli di diversa lunghezza, immerso in un labirinto di ville di pregio, architettura rurale, luoghi storici e produzioni agricole. Al centro del paese, elegante e silenziosa, si erge Villa Onigo, meta e simbolo di quel viaggio. Partii deciso. Ma non avevo fatto i conti con i sentieri di campagna, più intensi e pregni d’acqua rispetto alla domenica precedente. Le ruote affondavano nel fango, il ritmo si spezzava, e più rallentavo più la meta sembrava allontanarsi, come un miraggio educato che non fugge, ma si sposta quel tanto che basta per ricordarti che nulla si conquista senza pazienza. Eppure, proprio in quel rallentare forzato, scoprii il senso del viaggio. Vivere il paesaggio rurale in “low-travel” significa accorgersi dei dettagli: ruderi dimenticati, case abbandonate che custodiscono frammenti di vite trascorse, muri scrostati che ancora respirano storie. La natura, impavida, ha posato le sue radici tra le crepe, ha avvolto finestre e tetti, ha riscritto il destino di quelle pietre. Non distrugge: trasforma. Tra una pedalata e l’altra, finalmente, apparve la prima segnaletica dell’Agritour. Il percorso poteva allungarsi fino a ventotto chilometri, attraversando aziende agricole con spacci di prodotti tipici e strutture ricreative. Ma quel giorno scelsi l’anello più breve, cinque chilometri di storia e silenzio. Gli scorci raccontavano di antiche funzioni e di equilibri dimenticati. La colombera di Villa Onigo, con le sue due torrette collegate da un corpo centrale, parlava di un tempo in cui i colombi solcavano il cielo portando messaggi, uno spazio destinato alla partenza e uno all’arrivo: comunicazione affidata al volo e alla fiducia. Poco più in là, Casa Daniel si mostrava come uno degli esempi più significativi di casa colonica della zona, semplice e solida, custode di una ruralità autentica. Infine, eccola. Villa Onigo, imponente ed elegante, si stagliava davanti alla chiesa, con la compostezza di chi sa di aver attraversato i secoli. Non aveva bisogno di imporsi: bastava la sua presenza. La tentazione di proseguire, di affrontare l’anello più ampio e scoprire l’intera trama di quella storia autoctona, era forte. Ma questa volta nessun treno mi avrebbe aspettato. E il sole, preciso come un orologio svizzero, mi avrebbe salutato comunque, ovunque mi fossi trovato. Così scelsi il ritorno, allargando appena il giro, come a voler strappare ancora qualche istante alla luce. Salutai mentalmente la continuazione di quel tour, promettendomi di tornare quando il sole sarà un alleato e le giornate più lunghe concederanno tempo senza fretta. Perché certi percorsi non si completano: si rimandano. E nell’attesa, maturano.

03:37

67.7km

18.8km/h

250m

200m

went gravel riding.

February 8, 2026

La testardaggine è il mio peggior difetto. O forse no. Quando mi metto in testa un obiettivo, smette di essere un’idea e diventa una direzione. Quel giorno la direzione aveva un nome curioso, quasi militare: la Tradotta. Ne avevo letto qualche tempo prima. Una ciclopedonale che segue il tracciato di una vecchia ferrovia dismessa, da Montebelluna a Bidasio. Binari tolti, stazioni dimenticate, storia che riaffiora piano, a colpi di ghiaia e silenzi. Il mio obiettivo non era nemmeno percorrerla tutta: volevo solo arrivare lì, toccarne l’inizio, sapere che la strada mi aveva portato fin dove avevo deciso. Alle 13.30 ero già in sella. I conti li avevo fatti: arrivo a Montebelluna verso le 15.45, un caffè veloce, la bici rigirata verso casa prima che il sole, tiepido e un po’ stanco, decidesse di spegnersi. Era il piano “B”. Il piano “A” puntava verso sud, il Polesine, Rovigo e un rientro comodo in treno. Ma la nebbia annunciata da Padova in giù aveva spento quella possibilità. Così restava la Tradotta. E quando resta una sola opzione, per me smette di essere un’alternativa: diventa una necessità. Le prime strade erano tranquille, poi sempre più sterrate. Mulattiere di campagna, solchi umidi, terra che non aveva ancora dimenticato la pioggia dei giorni precedenti. La bici, chilometro dopo chilometro, cambiava colore. Il fango si attaccava al telaio come una firma, un segno del passaggio. Non mi infastidiva. Era il prezzo giusto da pagare. Intorno, la campagna parlava sottovoce. Ville venete apparivano improvvise, geometriche, quasi fuori scala rispetto ai campi che le circondavano. I vigneti disegnavano linee precise, labirinti ordinati che invitavano a perdersi. Ogni curva sembrava promettere qualcosa, anche se non sapevo bene cosa. Quando entrai a Montebelluna erano le 15.45 precise. La città era viva, colorata. Coriandoli sull’asfalto, maschere che ridevano, un Carnevale che occupava le strade senza chiedere permesso. Per un attimo pensai di fermarmi, di mischiare la mia solitudine a quel fiume di gente, magari scattare qualche foto con la reflex che porto sempre con me, come una compagna silenziosa. Mi concessi una pausa. Pochi minuti. Avevo già deciso che la Tradotta poteva aspettare. Un altro giorno. Con più luce. Con più tempo. Ma le cose, quasi mai, vanno come le programmi. Un anziano signore si avvicinò. Guardava la bici, le borse, la polvere addosso. Mi chiese se fossi un viaggiatore, uno di quelli che girano il mondo senza una meta precisa. Sorrisi. Gli dissi da dove venivo. Gli dissi dove pensavo di andare. Fu allora che iniziò a raccontare. Parlò della Tradotta come si parla di qualcosa che si è conosciuto davvero. Una ferrovia nata in tempo di guerra, per necessità militari. Una linea fragile, ricostruita più volte, segnata dagli eventi. Poi, anni dopo, riutilizzata per servire un’industria locale. Infine l’abbandono, la chiusura definitiva nei primi anni Duemila. Mentre parlava, quella ciclopedonale smetteva di essere una linea sulla mappa. Diventava memoria. Quando se ne andò, rimasi qualche secondo fermo. Guardai gli orari dei treni. Il tempo c’era. Non tanto, ma abbastanza. La decisione era già presa. Entrai sulla Tradotta con destinazione Nervesa della Battaglia. Il percorso scorreva quieto, quasi rispettoso. Qua e là affioravano i resti dei binari, come ossa che il terreno non aveva voluto trattenere. Opere d’arte a cielo aperto raccontavano la storia della ferrovia senza bisogno di parole. Le vecchie stazioni, abbandonate, sembravano aspettare qualcuno che non sarebbe più arrivato. Arrivai a Nervesa verso le 16.50. Il sole era basso, stanco. Stava salutando. Il ritorno fu una corsa silenziosa contro il tempo, chilometri macinati con l’urgenza di non perdere il treno. Ma non avevo fretta dentro. Portavo con me qualcosa di più di una pedalata riuscita: portavo una storia che avevo quasi deciso di non ascoltare. A volte la testardaggine serve proprio a questo: a farti arrivare dove non avevi previsto di restare.

03:44

89.9km

24.0km/h

640m

640m

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planned a gravel ride.

February 5, 2026

Map data © OpenStreetMap contributors

went gravel riding.

January 31, 2026

I 13 gradi di questo pomeriggio mi hanno spinto a rimettere in agenda una meta che da tempo avevo in mente: Villa Emo a Fanzolo di Vedelago. Una villa già visitata in passato, ma che sentivo il bisogno di raggiungere di nuovo, questa volta in bici. Ho pianificato il percorso evitando le strade provinciali, che non amo percorrere su due ruote, privilegiando vie secondarie e tratti di campagna. La scelta si è rivelata giusta: stradine tranquille, lavori agricoli in corso e profumi familiari hanno accompagnato il viaggio, rendendo il tragitto parte integrante della meta. La luce del pomeriggio valorizzava i campi, con verdi intensi che richiamavano alla mente i dipinti di Giovanni Battista Zelotti, forse per il ricordo ancora vivo degli affreschi visti in villa tempo fa. Attraversando Vallà, mi sono imbattuto nelle opere del progetto “The Wallà”, una rigenerazione urbana che ha trasformato i muri delle case in grandi tele a cielo aperto. Tra queste, L’ostinazione di Vera Bugatti è quella che mi ha colpito di più: il volto di una giovane contadina, simbolo di una scelta di vita dura e consapevole. Avrei voluto fermarmi più a lungo, ma la meta mi aspettava. Arrivato a Villa Emo, l’ho trovata chiusa, immersa in un cielo plumbeo che ne esaltava l’imponenza e la misura. Anche senza potervi entrare, la sua presenza bastava a restituire il senso di un’architettura che resiste al tempo. Le giornate si stanno lentamente allungando, ma il mese invita ancora al rientro prima del calare della luce. Ho ripreso quindi la strada di casa, già con il pensiero rivolto a una prossima destinazione, consapevole di quanto il viaggio lento sappia riempire ogni spazio tra una partenza e un ritorno.

02:27

47.6km

19.5km/h

170m

160m

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went gravel riding.

January 18, 2026

Ci sono giorni in cui uscire a camminare o pedalare è una scelta razionale, incastrata tra impegni e previsioni meteo, e altri in cui nasce senza spiegazioni, come un richiamo silenzioso. Oggi apparteneva a questa seconda categoria. Nonostante il cielo poco promettente, ho sentito che restare fermo sarebbe stato più faticoso che partire. Sono uscito senza una meta, lasciando che fosse la strada a decidere per me. I primi chilometri scorrevano lenti, quasi trattenuti da un vento ostinato che mi veniva incontro, freddo e tagliente, come a voler mettere alla prova la mia determinazione. Più avanzavo, più sembrava chiedermi il motivo di quella scelta improvvisa, ma continuavo, con il ritmo costante dei pedali come unica risposta. Le strade secondarie si aprivano una dopo l’altra, vuote. Nessuna voce, nessun passo. Solo il suono secco delle foglie che cadevano, accompagnate dal fruscio degli alberi spogli. In quel silenzio sospeso, la natura sembrava suonare una sua musica essenziale, una melodia lenta e profonda, come se una singola nota di Beethoven si fosse persa tra i campi. A interrompere quel momento è stata la voce metallica di una stazione ferroviaria: Castelfranco Veneto era ormai alle spalle. Ho guardato l’orologio, ho sentito la stanchezza affiorare e ho deciso di deviare verso Resana. Un luogo che conosco per la sua quiete discreta, per quell’autenticità rurale che non ha bisogno di mostrarsi. Una base perfetta per esplorare il paesaggio veneto, anche se oggi non era il giorno giusto per farlo davvero. La luce era dura, il cielo chiuso. Ho capito che Resana meritava un altro incontro, uno di quelli lenti, sotto una luce morbida, quando il cielo diventa un grande soft box e tutto si trasforma in uno studio a cielo aperto. Ho fatto ritorno con questa promessa silenziosa. Alla prossima, Resana.

02:50

52.9km

18.7km/h

190m

190m

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planned a gravel ride.

January 17, 2026

Map data © OpenStreetMap contributors

planned a gravel ride.

January 17, 2026

04:41

71.3km

15.2km/h

150m

150m

Map data © OpenStreetMap contributors

planned a bike ride.

January 17, 2026

04:55

73.2km

14.9km/h

480m

480m

Map data © OpenStreetMap contributors

went for a hike.

January 11, 2026

Il cielo era terso, di un azzurro netto e profondo, come lavato dal vento della notte. La luce limpida disegnava i contorni del paesaggio con precisione quasi crudele, e ogni cosa sembrava più vicina, più vera. L’aria fredda pungeva il viso e riempiva i polmoni, mentre il vento contrario soffiava deciso, insinuandosi tra i vestiti come a mettere alla prova ogni passo. Eppure, proprio quella resistenza rendeva l’invito alla partenza impossibile da ignorare. Alle tre del pomeriggio ci mettemmo in cammino verso Villa Contarini, a Piazzola sul Brenta. La sua presenza emerse lentamente, solida e composta, con le facciate chiare illuminate dal sole invernale. Le linee eleganti della villa si stagliavano contro il cielo, immobili, mentre intorno tutto sembrava muoversi: l’erba piegata dal vento, le ombre che si allungavano sul terreno, il silenzio interrotto solo da passi lontani e dal fruscio dell’aria. Il sentiero che conduceva verso Treviso si stendeva davanti a noi come una linea continua di asfalto scuro, liscio e compatto, segnato qua e là da crepe sottili e foglie secche trascinate dal vento. La superficie rifletteva la luce fredda del pomeriggio, restituendo bagliori opachi; ai lati scorrevano alberi spogli e campi silenziosi, ancora addormentati nella stagione invernale. L’asfalto, duro sotto i piedi, accompagnava il passo con un ritmo costante, quasi ipnotico. Lungo il percorso si muovevano figure diverse: persone vestite con cura, dal passo tranquillo e distratto; ciclisti che sfrecciavano rapidi, preceduti dal sibilo delle ruote sull’asfalto; sportivi concentrati, con il respiro regolare e lo sguardo fisso in avanti. Ogni passaggio lasciava dietro di sé un’eco fugace, subito assorbita dallo spazio aperto. Con il passare delle ore, la luce cambiò. Il sole iniziò a scendere e il paesaggio si tinse di sfumature calde: l’oro pallido dei campi, il rosa tenue che sfiorava l’orizzonte, il grigio azzurro delle ombre sempre più lunghe. Il freddo si fece più deciso, ma era mitigato dalla bellezza quieta del momento, da quella luce che sembrava trattenere il tempo per qualche istante ancora. L’orizzonte restava lì, sempre un passo più in là, mentre il cammino continuava a srotolarsi sotto i piedi. E in quel procedere costante, tra vento, luce e spazio aperto, la camminata si trasformava naturalmente in un’esperienza piena, fatta di sensazioni concrete, di immagini che restavano impresse come fotografie silenziose nella memoria.

02:28

11.9km

4.8km/h

50m

50m

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went for a hike.

January 10, 2026

La giornata non chiedeva di essere riempita, ma ascoltata. Scorreva con la lentezza di un pensiero che non ha fretta di arrivare a una conclusione, come un cortometraggio girato in silenzio, dove ogni inquadratura esiste solo per il tempo necessario a essere sentita. Sapevo che era tardi per affrontare l’itinerario che avevo immaginato, quello che da Salcedo si inoltra tra sentieri e contrade di Lusiana-Conco, seguendo le pieghe della vallata del Chiavone Bianco. Forse non era nemmeno il giorno giusto. Alcuni percorsi chiedono una stagione precisa, altri chiedono uno stato d’animo. Questo territorio lo conosco più per ciò che suggerisce che per ciò che mostra. L’acqua, qui, ha lasciato tracce profonde: non solo nel paesaggio, ma nella memoria di chi lo ha abitato. Impianti idraulici, canali, opere nate per necessità e sopravvivenza. Oggi restano segni discreti, che si lasciano scoprire solo da chi rallenta. Ed è forse per questo che ho deciso di rimandare. La primavera avrà il suo tempo, io il mio. Mi sono accontentato di un obiettivo più vicino, quasi domestico: la chiesa di Sant’Anna e l’Eremo di San Sigismondo. Ho parcheggiato l’auto nel piazzale antistante la chiesa di Salcedo, come si lascia un confine alle spalle, ho indossato lo zaino fotografico ,più peso che strumento, più abitudine che necessità ,ed ho iniziato a camminare. La strada asfaltata non portava solo avanti, ma indietro, in una dimensione sospesa dove il silenzio diventava presenza. Qualche cane abbaiava in lontananza, come a marcare un territorio che, in realtà, sembrava appartenere a nessuno. Arrivato sul cucuzzolo, non ho avuto l’urgenza di scattare. Ho guardato. La luce era velata, fragile, accompagnata da una foschia leggera che sembrava proteggere il paesaggio più che nasconderlo. In quel momento ho capito che la fotografia non era il fine, ma un pretesto. La reflex seguiva i miei gesti quasi da sola, mentre io cercavo di riconoscere ciò che, dentro, stava rispondendo a quel luogo. Il tempo passava, ma non mi sentivo in ritardo. Mi sono avvicinato appena agli imbocchi dei sentieri, senza percorrerli davvero. Come si fa con certe domande: le si osserva, le si lascia lì, sapendo che torneranno. Quando la primavera busserà alle porte, forse avrò la luce giusta. O forse avrò semplicemente lo sguardo giusto. E, in fondo, è l’unica cosa che conta.

00:48

4.13km

5.1km/h

110m

120m

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