Noi ciclisti siamo una razza strana.
Ci alleniamo costantemente e studiamo l'alimentazione in ogni dettaglio solo per allungare il più possibile la sopportazione del nostro fisico alla sofferenza e al dolore. Per poter ritardare solamente l'attimo in cui tutto te stesso si riduce ai minimi termini per poi abbandonarti.
E rimane solamente la testa. Perché avverrà, chi prima e a chi dopo, ma avverrà.
Ed è proprio lì che "è" il ciclista.
La sua essenza: fare del proprio corpo una miscela di agonia e sofferenza, sapendolo affrontare con la poca lucidità mentale che ti resta, insieme a tutta la grinta che cerchi di produrre in maggiore quantità rispetto all'acido lattico che inizia ad affogare ogni fibra muscolare.
È semplicemente colui che sa soffrire un po' più degli altri.
Quell'agonia fatta di fiato corto e corpo pesante. Quell'agonia noi ciclisti, noi gente comune che va in bici, ce la gustiamo fino in fondo, perché è giusto così, non è altro che quello che cerchiamo.
Il ciclismo è uno sport di merda, un lunga agonia, ma ci piace un sacco proprio per questo, perché ci fa sentire vivi.